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Il BLOG di
Italiani Oltreconfine

COM.IT.ES., POLITICA E PARTITI: FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA

Foto del escritor: FLAVIO BELLINATO
FLAVIO BELLINATO
5 sept
5 min de lectura

Ho letto con interesse l’editoriale di Ricky Filosa, La fuffa dei Comites “senza politica”.


E parto proprio dalla sua provocazione, perché su un punto possiamo essere perfettamente d’accordo: il ComItEs è politica. Lo è inevitabilmente.


Quando si rappresentano cittadini, si individuano priorità, si discutono problemi, si formulano proposte, si votano delibere, si esprimono pareri obbligatori, si chiedono servizi migliori e si dialoga con Ambasciate, Consolati e istituzioni italiane, si sta facendo politica.

Non c’è nulla di scandaloso nell’affermarlo.


Il problema nasce quando si confondono due concetti profondamente diversi: apolitico e apartitico.


Un ComItEs non deve essere apolitico. Dovrebbe invece essere apartitico.


Il ComItEs rappresenta la comunità presso le istituzioni; non rappresenta i partiti presso la comunità.


Ed è proprio questa distinzione che, a mio avviso, rischia di scomparire nel ragionamento proposto da Filosa.


Ogni consigliere ComItEs ha le proprie idee. Può essere di destra, di sinistra, liberale, conservatore, progressista. Può simpatizzare per un partito, sostenere un movimento oppure non riconoscersi in nessuno. È normale.


Ma una volta eletto dovrebbe ricordare una cosa fondamentale: non rappresenta soltanto coloro che alle elezioni politiche votano come lui.


Rappresenta una comunità.


Anche chi vota diversamente. Anche chi non vota. Anche chi non vuole sapere quale partito sostenga il proprio consigliere, ma pretende semplicemente che qualcuno rappresenti i suoi problemi.


È qui che passa il confine tra fare politica per una comunità e fare politica attraverso una comunità.


La prima è parte della natura stessa dei ComItEs. La seconda è qualcosa di profondamente diverso.


Essere apartitici non significa chiedere ai consiglieri di rinunciare alle proprie idee. Significa evitare che un organismo istituzionale di rappresentanza territoriale diventi terreno di espansione, palestra elettorale o articolazione locale di organizzazioni che perseguono anche obiettivi politici nazionali.


Filosa presenta il MAIE come qualcosa di differente dai partiti tradizionali: un movimento nato dagli italiani all’estero, indipendente dalla destra e dalla sinistra, capace di dialogare con chiunque governi a Roma.


È una posizione assolutamente legittima e, avendo avuto io personalmente un trascorso nel movimento, non posso che sottoscrivere ogni sua singola parola su questo punto.


Ma essere indipendenti dagli altri partiti non significa essere estranei alla politica partitica.

Il MAIE partecipa alle elezioni politiche italiane. Presenta candidati. Elegge parlamentari. Ha una propria struttura e propri coordinatori territoriali. Stringe accordi politici. Ha partecipato a maggioranze e governi. Persegue un proprio progetto politico.


Tutto perfettamente legittimo.


Ma allora bisogna accettarne anche la conseguenza logica: il MAIE è un soggetto politico che opera anche sul terreno della politica partitica.


Non diventa qualcos’altro semplicemente perché contiene nel proprio nome le parole “Italiani all’Estero”.


E soprattutto l’apartiticità dei ComItEs non può funzionare a targhe alterne.


Se considerassimo problematico trasformare un ComItEs nella proiezione territoriale di Forza Italia, di Fratelli d’Italia, del Partito Democratico o qualsiasi altra formazione politica, il principio non può improvvisamente cambiare quando sulla bandiera compare un’altra sigla.

Altrimenti non stiamo discutendo dell’autonomia dei ComItEs


Stiamo semplicemente discutendo chi abbia il diritto di occuparne politicamente lo spazio.

Arriviamo però alla parte dell’editoriale che mi ha fatto maggiormente riflettere.


Filosa parla delle “conversioni improvvise”. Di quelli che ieri erano sul carro e oggi ci spiegano che quel carro fosse sbagliato. Di persone che avrebbero utilizzato il movimento come trampolino per le proprie ambizioni e che, una volta scese, ne avrebbero improvvisamente scoperto tutti i difetti.


Ma qui credo sia legittimo porsi anche una domanda diversa.


Persone che hanno dedicato volontariamente tempo, energie e lavoro a un movimento, contribuendo magari a far conoscere e portare in alto una bandiera che fino a poco tempo prima era quasi sconosciuta in determinate realtà, diventano automaticamente persone che “hanno utilizzato il movimento” nel momento in cui decidono di allontanarsene?


E se, invece, chi ha dedicato gratuitamente il proprio tempo e il proprio lavoro maturasse oggi un sentimento esattamente opposto a quello descritto da Filosa?


Chi ha utilizzato chi?


È una domanda.


E credo sia legittimo porsela.


Filosa, infine, ci ricorda che gli italiani all’estero hanno memoria.


Verissimo.


Ma quando decidiamo di utilizzare la memoria come metro della coerenza politica degli altri, dovremmo avere una piccola accortezza: utilizzarla tutta.


Perché esistono anche conversioni nella direzione opposta.


E qui posso parlare per esperienza personale.


Alcuni anni fa ero membro del MAIE. In quel periodo ebbi uno scambio privato con una persona che sosteneva apertamente un’esponente di un altro partito italiano.


La circostanza che provocò quello scambio rende oggi la vicenda particolarmente curiosa: all’origine c’era proprio una pubblicazione di Ricky Filosa critica nei confronti di quella parlamentare.

Il mio interlocutore non la prese affatto bene.


E, rivolgendosi a me, mi invitò senza mezzi termini ad abbandonare il MAIE, accompagnando quell’invito con una definizione del movimento formulata in termini talmente pesanti e volgari che preferisco non riprodurli su questo blog.


Diciamo semplicemente che quelle parole non lasciavano molto spazio all’interpretazione su quale fosse, in quel momento, la sua considerazione del MAIE.


Perché ricordo oggi quell’episodio?


Per una ragione molto semplice.


Quella stessa persona ha ricevuto recentemente un’importante nomina di coordinamento del MAIE nel proprio Paese di residenza.


E di esempi simili potrei farne tranquillamente altri, avvenuti alla luce del sole, senza che questo suscitasse particolare scandalo.


Voglio però essere chiarissimo: non considero questi fatti scandalosi.


Non li considero nemmeno una colpa.


Le persone possono cambiare idea. Possono ricredersi. Possono modificare le proprie convinzioni. Possono scoprire qualità in un movimento che anni prima giudicavano in maniera diametralmente opposta. E possono, naturalmente, compiere anche il percorso inverso.


È politica. Ed è un loro diritto. Ma allora quel diritto deve valere per tutti.


Perché se chi entra nel MAIE dopo averlo duramente criticato ha legittimamente cambiato opinione, chi dal MAIE se ne allontana deve godere della stessa libertà.


Non può essere maturazione quando qualcuno arriva e opportunismo quando qualcuno parte. Non può essere libertà politica in entrata e “conversione improvvisa” in uscita. Altrimenti non stiamo più discutendo di coerenza. Stiamo semplicemente utilizzando due pesi e due misure.


Tutto questo, però, non dovrebbe farci perdere di vista la questione principale.


Nel 2026 gli italiani all’estero non sono chiamati a eleggere il Parlamento della Repubblica. Sono chiamati a eleggere i propri ComItEs E allora forse dovremmo cominciare a porre domande molto più semplici. Questa campagna elettorale potrebbe rappresentare una buona occasione per fare qualcosa che troppo spesso manca nel mondo della rappresentanza degli italiani all’estero: verificare.


Verificare le dichiarazioni. Verificare i risultati rivendicati. Verificare chi ha fatto cosa. Verificare presenze e assenze. Verificare proposte e votazioni. E, visto che qualcuno ha deciso di introdurre anche il tema della coerenza nel dibattito, verificare persino i percorsi politici. Non servono insinuazioni. Non servono pettegolezzi. Non servono attacchi personali. Servono documenti. Verbali. Date. Numeri. Dichiarazioni. Votazioni. Risultati.


Italiani Oltreconfine continuerà a fare esattamente questo: riconoscere i risultati quando saranno documentati, indipendentemente dalla sigla politica di chi li abbia ottenuti, ma applicando a tutti lo stesso metro.


Non auspico ComItEs apolitici. Sarebbe una contraddizione rispetto alla loro stessa funzione. Voglio ComItEs nei quali siedano persone con idee politiche differenti, capaci di confrontarsi, discutere e anche scontrarsi quando necessario, ma che il giorno dopo le elezioni sappiano ricordarsi di rappresentare tutti.


Voglio ComItEs capaci di dialogare con un parlamentare del MAIE così come con uno di Forza Italia, del Partito Democratico, di Fratelli d’Italia o di qualsiasi altra formazione quando questo possa essere utile alla comunità.


Capaci di dialogare con il governo di turno senza diventarne appendice.


Capaci di collaborare con Ambasciate e Consolati mantenendo la propria autonomia.


Questa è rappresentanza.

 

FLAVIO BELLINATO

Italiani Oltreconfine

 
 
 

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