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Italiani Oltreconfine

QUANDO IN POLITICA UNO PIÙ UNO NON FA NECESSARIAMENTE DUE

  • Foto del escritor: FLAVIO BELLINATO
    FLAVIO BELLINATO
  • hace 2 días
  • 5 min de lectura

La matematica ha un grande vantaggio: lascia poco spazio alle interpretazioni. Uno più uno fa due, indipendentemente dalle opinioni, dalle simpatie personali o dal punto di osservazione di chi esegue il calcolo.


In politica, però, le cose sono decisamente più complicate.


Lo spunto per questa riflessione nasce da un recente confronto con Alberto Floriani, esponente di un movimento politico italiano all'estero e oggi impegnato a Panama in vista delle prossime elezioni dei Com.It.Es., dove sta promuovendo una lista elettorale che porta anche il suo nome.


Commentando, nell'ambito di una conversazione, l'annuncio di un'iniziativa pubblica di carattere istituzionale, Alberto ha scritto semplicemente: «1+1».


Non condivido la lettura politica sottesa a quel messaggio, ma devo riconoscergli una cosa: mi ha offerto uno spunto interessante.Perché, naturalmente, se ci basiamo soltanto sulla matematica, non c'è molto da discutere: 1+1 fa 2.


Ma siamo altrettanto sicuri che lo stesso automatismo possa essere applicato alla politica?

Due fatti possono essere entrambi veri senza che sia necessariamente vera la conclusione che ricaviamo mettendoli insieme.


Immaginiamo, ad esempio, che un'istituzione organizzi un'iniziativa pubblica e che una determinata persona vi partecipi come co-organizzatore.


Il fatto è oggettivo: quella persona partecipa.


Da quel momento, però, iniziano le interpretazioni. Per qualcuno sarà stata coinvolta per competenza. Per altri per disponibilità. Qualcun altro potrà ritenere che quella presenza risponda a una precisa strategia politica. E qualcuno potrebbe persino considerarla funzionale a favorire quella persona rispetto a un'altra che non partecipa all'iniziativa.

Il fatto iniziale non è cambiato.


È cambiato ciò che abbiamo costruito intorno a quel fatto.


Questo non significa che le interpretazioni siano necessariamente sbagliate. Sarebbe ingenuo sostenere che in politica non esistano strategie, interessi, convenienze, alleanze o iniziative pensate anche per produrre determinate conseguenze.


Significa, più semplicemente, che tra un fatto e l'attribuzione di un'intenzione esiste uno spazio che non possiamo riempire automaticamente con le nostre convinzioni.


Una cosa è osservare ciò che qualcuno ha fatto. Un'altra è stabilire perché lo abbia fatto. Un'iniziativa può dare visibilità a qualcuno: è un effetto. Ma quell'effetto dimostra necessariamente che l'iniziativa sia stata organizzata proprio con l'obiettivo di dargli visibilità?


Una decisione può avvantaggiare o penalizzare indirettamente qualcuno. Ma questo dimostra necessariamente l'intenzione di favorire il primo o danneggiare il secondo?

È qui che l'aritmetica comincia a venirci poco in aiuto.


Perché nella nostra ipotetica equazione compare improvvisamente una variabile difficilmente misurabile: l'intenzione. E conoscere veramente le intenzioni altrui è molto più difficile che osservare le loro azioni.


Proviamo allora ad applicare lo stesso criterio a un caso diverso


Se accettassimo come metodo il principio secondo cui alcuni elementi, messi uno accanto all'altro, consentono automaticamente di ricostruire una strategia politica, dovremmo essere disposti ad applicare lo stesso criterio sempre.


Anche quando il risultato dell'equazione potrebbe non piacerci.


Prendiamo una vicenda della quale mi sono occupato personalmente nei mesi scorsi: le attività di patronato nel Paese in cui risiedo.


Esistono alcuni fatti documentabili.


Nel periodo successivo a un dibattito pubblico sul tema, un operatore di patronato si è visto costretto a cessare il proprio rapporto con l'organizzazione per la quale operava e, poco tempo dopo, ha proseguito la propria attività sotto una diversa sigla, fino ad allora non presente nel Paese.


Lo stesso operatore aveva inoltre sostenuto, alcuni mesi prima, nell'ambito di uno scambio istituzionale, la possibilità di richiedere contributi volontari agli utenti anche in relazione a prestazioni che egli stesso riconosceva essere gratuite.


Aveva precisato che tali contributi non costituivano una tariffa, non erano obbligatori né rappresentavano una condizione per ottenere la prestazione, presentandoli tuttavia come uno strumento di sostegno funzionale alla continuità operativa della sede. Secondo quanto da lui stesso affermato, infatti, chi sceglieva di non contribuire finiva «di fatto» per indebolire il servizio.


Su alcuni aspetti della vicenda considero corretto non anticipare personalmente conclusioni che spetta eventualmente alle autorità competenti formulare.


Questo, però, non impedisce di utilizzare la vicenda per ragionare sul metodo. Perché potremmo aggiungere alla nostra equazione un altro elemento, questa volta pubblico e verificabile.


Negli Stati Uniti, colui che risulta indicato dal Consolato Generale d'Italia a New York come responsabile di una sede di patronato nel Connecticut è altresì indicato da fonti pubbliche come Coordinatore dello stesso movimento politico dedicato agli italiani all'estero di cui fa parte chi ha ispirato questa mia analisi, per la East Coast degli Stati Uniti.


Sono due circostanze verificabili. Potremmo allora osservare che la stessa sigla di patronato sotto la quale opera oggi l'operatore del nostro esempio nel Paese in cui risiedo è presente negli Stati Uniti attraverso una sede il cui responsabile ricopre contemporaneamente anche un incarico all'interno di un movimento politico.


Potremmo inoltre osservare che quello stesso movimento è presente da quasi quindici anni nella vita politica della comunità italiana del Paese in cui risiedo.


Ed ecco nuovamente comparire la tentazione della nostra formula: 1+1 fa 2.


Ma quale sarebbe esattamente quel 2?


Il fatto che negli Stati Uniti una stessa persona ricopra contemporaneamente un ruolo all'interno di una sede di patronato e un incarico politico dimostra forse, da solo, che l'arrivo della medesima sigla nel Paese in cui risiedo risponda necessariamente a una strategia politica?


Io ritengo di no.


Potremmo certamente porci la domanda. Potremmo analizzare la successione degli avvenimenti. Potremmo confrontare circostanze e collegamenti. Potremmo formulare delle ipotesi.


Ma una domanda non è una risposta. E un'ipotesi rimane un'ipotesi fino a quando non esistano elementi sufficienti per dimostrarla.


Per trasformare una successione di circostanze nella prova dell'esistenza di una strategia, di una regia o di un'intenzione servono elementi capaci di dimostrare proprio quel collegamento.


La vicinanza temporale non basta. L'esistenza di rapporti personali, professionali o politici non basta. La convenienza politica non basta. Il fatto che qualcuno abbia beneficiato di una determinata situazione non basta.


Sono tutti elementi che possono legittimamente generare domande. Non necessariamente risposte.


Ed è esattamente lo stesso criterio che ritengo debba essere utilizzato quando giudichiamo le intenzioni degli altri.


Perché un criterio di giudizio è credibile soprattutto quando siamo disposti ad applicarlo anche alle situazioni che riguardano persone o ambienti a noi più vicini. E soprattutto quando applicarlo rigorosamente ci impedisce di raggiungere proprio quella conclusione che, magari, politicamente ci farebbe più comodo.


Altrimenti non stiamo più applicando un metodo. Stiamo semplicemente scegliendo la conclusione che preferiamo.


Lo spunto iniziale nasce dunque da una lettura che non condivido, ma che considero comunque utile perché mi ha portato a interrogarmi su un meccanismo molto più ampio del singolo episodio.


In politica esistono almeno quattro dimensioni che troppo spesso confondiamo tra loro:

i fatti, le intenzioni, i risultati e la loro percezione.


La politica è piena di conseguenze non previste. Ed è proprio per questo che dovremmo essere particolarmente prudenti quando, partendo da una conseguenza, pretendiamo di ricostruire a ritroso l'intenzione che l'avrebbe determinata.


Prima di risolvere un'equazione politica dovremmo quindi assicurarci non soltanto di conoscere tutte le variabili, ma anche di non essere stati noi stessi ad assegnare arbitrariamente un valore ad alcune di esse.


La matematica continuerà a dirci che 1+1 fa 2.


La politica ci impone una domanda in più: quel 2 lo abbiamo realmente dimostrato oppure, senza rendercene conto, lo abbiamo semplicemente scelto noi?

 

FLAVIO BELLINATO

Italiani Oltreconfine

 
 
 

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