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Italiani Oltreconfine

Italiani all’estero tra annunci e propaganda: il bilancio (deludente) della politica nostrana

  • Foto del escritor: FLAVIO BELLINATO
    FLAVIO BELLINATO
  • 13 dic 2025
  • 6 Min. de lectura

Nel corso di questa legislatura, il Parlamento ha approvato o avviato una serie di provvedimenti che riguardano direttamente gli italiani residenti all’estero: cittadinanza, fisco, sanità, rete consolare. Temi sensibili, spesso evocati come bandiere identitarie, ma raramente affrontati con una visione organica.


Se si prova ad andare oltre i comunicati stampa e i post celebrativi sui social network, il quadro che emerge è meno entusiasmante di quanto venga raccontato. Alcune misure vanno nella direzione giusta; altre risultano deboli, confuse o addirittura controproducenti. Nel complesso, la sensazione è quella di un’occasione in gran parte sprecata.


Partiamo da ciò che ritengo positivo e degno di nota.


La parte della normativa in materia di cittadinanza relativa al riacquisto della stessa, a favore degli ex cittadini nati in Italia o che sono stati residenti in Italia per almeno due anni continuativi e che abbiano perso la cittadinanza non oltre il 15 agosto 1992, rappresenta una misura giusta. Le dichiarazioni di riacquisto potranno essere presentate entro dicembre 2027. Non risolve tutti i problemi legati alla cittadinanza, ma costituisce uno dei pochi interventi coerenti e condivisibili dell’ultimo periodo. Qui il segnale politico è corretto, così come l’impianto della norma.


Di positivo, inoltre, va sottolineato l’impegno dell’On. Andrea Di Giuseppe nella battaglia contro il racket dei visti e nel contesto dello scandalo noto come “passaportopoli”. Iniziative personali che, in linea teorica, non dovrebbero incidere su un giudizio complessivo sull’operato della politica, ma che meritano di essere menzionate per il contributo dato nel portare alla luce dinamiche di cui da anni si parla sottovoce. Non più semplice vox populi, dunque, ma denunce che provengono da un parlamentare eletto all’estero. Dinamiche che, va detto, in alcuni Paesi, incluso quello in cui risiedo da oltre vent’anni, la Repubblica Dominicana, sono state troppo spesso tolerate, ignorate o addirittura hanno portato a soluzioni drastiche che hanno fatto più male ai cittadini che ai veri colpevoli.


Passiamo ora alle note negative. Note che, messe sulla bilancia insieme agli elementi positivi sopra citati, incidono in modo significativo sul giudizio finale.

Partiamo dall'acquisizione della cittadinanza per i nati all'estero. Una norma che non solo ha ristretto l’accesso allo ius sanguinis, scelta che può anche essere in piccola parte giustificabile, poiché la trasmissione della nazionalità senza limite generazionale era difficilmente sostenibile, ma che è stata ulteriormente irrigidita nel corso dell’iter parlamentare attraverso emendamenti che ne hanno peggiorato l’impianto, passando da un estremo all’altro.


Il risultato è una legge che complica la vita a migliaia di famiglie, su basi fondate sul luogo di nascita e/o di residenza di genitori e nonni e sull’assenza di una seconda nazionalità degli stessi. Questo genera incertezza giuridica e ha già prodotto un contenzioso rilevante, senza risolvere realmente il problema degli abusi che il Governo dichiara di voler contrastare. In un Paese come l’Italia, dove per troppi anni si è data priorità all’immigrazione (clandestina e non) e a un’integrazione spesso utopica, viene da chiedersi perché non si sia investito, piuttosto, su un invito concreto ad accogliere i nostri discendenti all’estero che vivono in contesti di difficoltà socio-economiche e politiche.


Anche sul fronte dell’opposizione è legittima una critica: la retorica utilizzata da alcuni esponenti dimentica quanto sostenuto in passato sullo stesso tema. È noto, del resto, che una parte consistente della sinistra considera lo ius soli la vera priorità; non a caso, proprio di recente, vi è stata una battaglia politica e referendaria per ridurre drasticamente i tempi di acquisizione della cittadinanza per residenza, portata avanti dalla sinistra. Su questo tema, la politica nel suo complesso merita un giudizio nettamente negativo.


L'On. Di Giuseppe, sul proprio profilo Facebook, rivendica maggiori risorse alle unità diplomatiche. È vero che sono stati previsti stanziamenti aggiuntivi, ma non si può certo parlare di risultati storici. Non esiste una riforma organica della rete consolare, non esiste un piano strutturale di potenziamento del personale, né una revisione dei servizi in funzione di una comunità AIRE che negli ultimi vent’anni è più che raddoppiata. Gli stanziamenti servono soprattutto a evitare il collasso di un sistema già sotto pressione, non a trasformarlo. Anche qui, la distanza tra propaganda e realtà è evidente.


La misura sull’IMU per gli italiani residenti all’estero (per ora approvata solo alla Camera), limitata agli immobili situati nei comuni sotto i 5.000 abitanti, rappresenta un miglioramento rispetto al passato. Piuttosto di niente, meglio “piuttosto”, ma resta un intervento circoscritto a una platea ridotta. La competizione politica che ne è seguita, da destra a sinistra, con titoli trionfalistici e rivendicazioni di merito esclusivo, ha prodotto più disinformazione che chiarezza. Spesso si è omesso il carattere limitato della norma, alimentando aspettative sproporzionate rispetto all’impatto reale. Anche in questo caso, più comunicazione che sostanza.


Il capitolo che però ha recentemente acceso maggiormente il dibattito (con tanto di approvazione, anche in questo caso, per ora solo alla Camera), dopo quello sulla cittadinanza, riguarda l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale per i residenti all’estero. L’introduzione di un contributo fisso di 2.000 euro annui nasce da un’impostazione semplicistica e priva di una reale logica sanitaria. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, l’On. Di Giuseppe stima che almeno il 40% degli iscritti AIRE aderirebbe alla misura, generando un gettito compreso tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Numeri che appaiono, per usare un eufemismo, eccessivamente ottimistici. A ciò si aggiunge l’idea che la misura ridurrebbe il numero di connazionali che evitano l’iscrizione all’AIRE per timore di perdere l’accesso al SSN.


La politica ha sempre escluso l’accesso al SSN ai residenti all’estero sulla base di un unico criterio: “pagare le tasse in Italia vivendo in Italia”. Ora si propone un contributo fisso di 2.000 euro, inferiore al costo medio pro capite della sanità per un residente (circa 3.500 euro), senza alcuna proporzionalità rispetto al reddito, Paese di residenza, situazione socio-economica e professionale degli interessati, all’appartenenza a fasce più deboli, né rispetto ai contributi già versati o tuttora versati, come nel caso dei pensionati.


Ancora una volta, non si tiene conto del valore che gli italiani nel mondo rappresentano per il Paese, né del contributo che molti di loro offrono indirettamente all’economia nazionale: dalla promozione del Made in Italy al turismo di ritorno, tutt’altro che scontato se non adeguatamente incentivato, fino alle esportazioni favorite dalla presenza delle nostre comunità all’estero, che continuano a investire nel sistema Italia e a credere nel Paese di origine.


Il risultato è una misura che non è equa, e difficilmente verrà utilizzata da chi vive stabilmente fuori dall’Unione Europea e già sostiene costi elevati per assicurazioni sanitarie private, viaggi e alloggio. A poterne beneficiare saranno probabilmente solo coloro che necessitano di farmaci o terapie il cui costo annuo all’estero risulta significativamente superiore rispetto al contributo che verrebbe pagato, in particolare nel caso di malattie croniche, degenerative o autoimmuni. La misura rischia dunque di rivelarsi un flop e di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: un costo potenzialmente superiore per lo Stato rispetto alle entrate previste.


Maggioranza e opposizione continuano a rimpallarsi slogan sui social network, ma basta leggere i commenti sotto molti post per capire che non tutti “abboccano”. Una parte crescente dell’opinione pubblica ha compreso il gioco. Certo, la propaganda funziona ancora con chi fa tifo a prescindere o non entra nel merito delle misure. Ma è proprio su questa superficialità che la politica costruisce consenso, sacrificando l’analisi e la qualità delle riforme.


L’opposizione, che paradossalmente è maggioranza tra gli eletti all’estero, ha votato insieme alla maggioranza i provvedimenti su IMU e sanità alla Camera, nonostante i loro evidenti limiti logici.


Il MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero), dal canto suo, continua a dichiararsi oppositore di queste misure, pur rimanendo alleato di Noi Moderati e in coalizione con il governo. In Sud America questa strategia potrà funzionare, ma nelle altre ripartizioni rischia di indebolire seriamente il movimento. Rivendicare di essere gli unici difensori degli italiani all’estero stando al governo, senza incidere realmente sui provvedimenti, non rappresenta un biglietto da visita efficace, soprattutto se si considera che durante i governi Conte I e II il MAIE disponeva di un peso politico ben più rilevante, anche grazie ai numeri risicati al Senato.


Ed è forse proprio sui numeri al Senato nella prossima legislatura che il MAIE sta giocando una partita importante. Il cosiddetto “campo largo” non appare così distante dal centrodestra nei sondaggi e i rapporti interni alla maggioranza non sono sempre lineari. Da qui al 2027, scadenza naturale della legislatura, in uno scenario di equilibrio instabile e con un centro privo di una guida forte, il movimento guidato dall’ex Sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo potrebbe tentare di ritagliarsi un ruolo. Ma per farlo non basta stravincere in Sud America: diventa essenziale giocare le proprie carte anche nelle altre ripartizioni, in particolare in Nord America, dove alle ultime due elezioni politiche il MAIE ha raccolto tra l’8% e il 10% dei consensi. Per farlo gli serve un “treno” politico credibile. L’alleanza con Noi Moderati presuppone una candidatura nel centrodestra, ma resta aperta una domanda: come convincere l’elettore più attento, della credibilità di candidati MAIE in una lista di governo, dopo tante critiche all’operato dell’esecutivo e di scarsa incidenza sulle decisioni parlamentari?


Per tutte le ragioni di cui sopra, il mio personale giudizio complessivo sulla politica nostrana, su questi temi, è negativo. Da sinistra a destra, passando per il centro. Troppa propaganda, poca visione, riforme frammentarie e spesso incoerenti. Il tema della cittadinanza ha complicato la vita a migliaia di persone; la sanità è stata affrontata con un approccio tecnicamente debole; le misure fiscali sono state sovra-raccontate.


Gli italiani all’estero meritano politiche serie, proporzionate e sostenibili. Non annunci, non slogan, non gare di merito. Finché questo non sarà compreso, il rischio è che ogni “risultato” venga percepito sempre più come un esercizio di comunicazione, più che come una risposta concreta ai problemi reali.



FLAVIO BELLINATO

Italiani Oltreconfine

 
 
 

1 comentario


Mario Sonzogni
Mario Sonzogni
13 dic 2025

SEMPLICE CON LE RITENUTE SULLA PENSIONE PERCEPITA ALL ESTERO ABBIAMO GIA MATURATO AMPLIAMENTE IL DIRITTO ALLA ASSISTENZA SANITARIA COMPLETA IN ITALIA

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